Hard power, soft power e l’arte di vincere perdendo

(Girolamo Boffa)

Il soft power non è più soltanto il volto presentabile della politica estera.

È diventato qualcosa di più: il terreno su cui si prepara, si legittima e si sostiene anche l’azione militare. Ma funziona — può funzionare — solo quando c’è una strategia: la comunicazione amplifica una direzione, non ne inventa una. Nella terza guerra del Golfo, iniziata il 28 febbraio 2026 con i primi attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele sull’Iran, questa condizione manca dall’inizio: Washington non ha una strategia di politica estera — e quindi non ha una narrazione.

E una guerra senza narrazione non si può vincere. Può solo finire.

Il Vietnam non fu perso sui campi di battaglia, ma nelle strade di Chicago, nelle università americane, nelle case dove le famiglie guardavano i body bag tornare a casa alla sera al telegiornale. La forza militare era intatta, ma il consenso si sgretolava.

Trump quella lezione la conosce e sa che le guerre si perdono quando la gente smette di capire perché si combattono: ed è per questo che la pressione interna cresce.

Tutti i belligeranti di questo o di altri fronti — ciascuno con le proprie ragioni e le proprie contraddizioni — combattono almeno per qualcosa che sanno raccontare.

Washington cosa difende, esattamente? Questa guerra la ha voluta Israele e gli Stati Uniti ci sono stati trascinati dentro — con tutti gli strumenti di pressione che Netanyahu sa usare sul Trump presidente e sul Trump uomo. Il risultato è un’America in guerra per obiettivi che non riesce a trovare.

È il paradosso di un hard power svuotato della politica: forza senza direzione.

E ancora una volta la comunicazione corre in soccorso del Capo: Trump ha già detto che la guerra con l’Iran è praticamente conclusa, stravincendo dice. La dichiarazione di vittoria anticipata è la sua figura retorica più collaudata — l’annuncio come atto performativo che dovrebbe creare la realtà che descrive.

Ma stavolta c’è qualcosa di più sofisticato in gioco. Non è solo propaganda: è exit strategy mascherata da trionfo.

Il copione è già scritto: Trump dichiarerà di aver vinto, si disimpegnerà, e “autorizzerà” Israele a completare il lavoro.

Trump fuori, Netanyahu — che quella guerra la voleva davvero, fin dall’inizio — con carta bianca per completarla.

È soft power usato al contrario: non per convincere il mondo di qualcosa, ma per permettere a sé stessi di lasciare senza mostrare che, in realtà, si scappa.

La domanda che rimane aperta — e che nessuna dichiarazione di vittoria potrà chiudere — è: quando la narrazione sostituisce la strategia, chi paga il conto? Non Trump, che tornerà ai dazi e all’economia in tempo per il midterm, forse. Neppure Netanyahu, che avrà ottenuto quello che voleva.

Lo pagherà il Medio Oriente, naturalmente, e lo pagherà anche l’ordine internazionale che si regge — o si reggeva — sulla credibilità americana.

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