Addio alla stabilità

(Marzia Giglioli)

I pozzi di petrolio bruciano, i prezzi si impennano, le Borse sono di nuovo sulle montagne russe, i raid si moltiplicano. Addio alla stabilità. Comunque finisca questa guerra, non saremo quelli di prima.

Bisogna solo sperare che ne usciremo con una nuova idea di equilibrio, non quella legata soltanto ad un multilateralismo fragile, i cui fili si sono già spezzati.

La guerra dovrà finire, ma non basterà rimettere a posto i pozzi petroliferi o ripristinare il passaggio di Hormuz: se avremo capito la lezione, dovremo essere capaci di pensare e di agire perché la Storia sia diversa, altrimenti sarà caos permanente, interrotto forse da pause a intermittenza dove gli alleati cambieranno continuamente, senza alcuno scrupolo nel disfarsi degli amici per metterli poco dopo nella black list dei nemici.

Oggi il fuoco dei pozzi fa capire che ogni escalation della guerra è possibile e che niente è prevedibile.

Disegnare la storia per gli altri è impossibile. Non esistono le crociate, sono degli imbrogli giustificativi, servono solo a concepire errori fatali.
La storia richiede altra maturità . “Bisogna puntare alla coesistenza pacifica tra nazioni e società”, come ha detto oggi il primo ministro spagnolo Sanchez entrando al Consiglio Europeo aggiungendo che “è proprio questo che viene messo in discussione ancora una volta, con la guerra in Iran”. Parole certamente condivisibili, ma che richiedono volontà oneste e ancora più oneste realizzazioni. Ma quali sono i candidati a realizzarle?

Perché tutte le guerre possono sempre essere evitate e quando scoppiano sono fallimenti fatali. Questa nuova guerra si combatte con la la concezione medievale, solo con l’aggiunta dei droni. Si combatte per distruggere l’altro, ma il rischio è altissimo, e si sta già misurando.

Non è solo l’impennata del petrolio l’effetto devastante, non è il blocco delle merci, non è il rischio del nucleare e la paura che qualche errore o impulsività crei un armageddon, è la storia che sta andando in pezzi portandosi dietro le tragedie umanitarie. E le macerie di Gaza, dell’Ucraina e ora quelle del Medio Oriente ne sono la fotografia.

È già un day after che segna l’ incapacità dei mondi a costruire la propria salvezza, non legata solo all’equilibrio delle economie: c’è molto di più da salvare.

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