Medio Oriente (e oltre): cronache dal diciassettesimo giorno di guerra

(Carlo Rebecchi)

La terza guerra mondiale non è per oggi, se non altro perché per farla ci vogliono almeno due contendenti e per il momento la Cina è convinta che sia meglio la pace. Come anche Gran Bretagna, Francia e Germania, che hanno lasciato cadere l’invito di Donald Trump a inviare le loro navi da guerra nel Golfo al fine di sbloccare la “via del petrolio” che passa nello stretto di Hormuz. Uno stretto che rischia di diventare per Donald Trump una trappola.

Dal Pentagono, i militari avevano consigliato al presidente degli Stati Uniti la “massima prudenza”, perché l’Iran, gli avevano sussurrato dopo il successo della missione “regime change” in Venezuela, “è un’altra cosa”, un altro popolo, un avversario che non puoi abbattere con un “blitz” della durata di un week-end. Chi non aveva approvato era stato zittito. I fatti, al diciassettesimo giorno di bombardamenti, mostrano Teheran, le basi militari, la marina iraniana distrutte. Anche oggi, però, missili e droni iraniani hanno colpito con la massima intensità sia Israele – i rottami di un missile che aveva bucato l’ ‘Iron dome’ sono caduti su Gerusalemme – sia le basi americane nei Paesi del Golfo.

Nello Stretto di Hormuz le petroliere e le navi da trasporto all’ancora sono già più di mille. Lo Stretto, diventato la loro arma contro il “Satana americano”, è l’esempio di guerra terrroristica, di come pochi individui possano bloccare il mondo. “Abbiamo risposto ad un attacco compiuto al di fuori di ogni regola e convenzione internazionale contro l’Iran”, la replica di Teheran. Che ricatta il mondo intero, cioè tutti quei paesi che utilizzano il petrolio del Golfo. E che bombarda ogni giorno anche i fratelli arabi sunniti, “troppo amici” degli americani, sperando che Trump ne ascolti le lamentele e metta fine alla guerra.

Il blocco dello Stretto, soprattutto se dovesse prolungarsi, provocherà una grave crisi economica, con rincari del costo della vita e disoccupazione. Per riaprirlo presto, Trump ha fatto come suo costume in casi del genere: ha affermato che gli amici dell’America hanno fatto affari grazie alla politica americana, li ha definiti egoisti e non solidali. Poi, minaccia per l’Europa, ha addirittura dipinto un “futuro molto negativo per l’Alleanza atlantica” nel caso i paesi invitati d’essere solidali, non lo facessero.

Mentre Corea del Sud e Giappone dicono che non avrebbero ancora deciso, le risposte degli altri sono state tutte immediate, e negative. La Cina, che è d’altra parte l’unico paese verso il quale parte dal Golfo il petrolio iraniano – il 45% del fabbisogno cinese -, ha spiegato di dover dire di no “perché convinta che sono stati i cinesi ad aver causato la crisi e non possono dunque pretendere ora aiuto dal loro rivale”. Questo, soprattutto, dopo che in America Latina hanno già abbattuto uno degli amici di Pechino, il dittatore Maduro, e stanno “facendo morire” un’altra antica amicizia dei cinesi, quella con Cuba. Ma Trump non si arrende. E ha lasciato intendere che potrebbe annullare il vertice con il presidente XI, tra qualche settimana, se Pechino non darà una risposta in termi brevi: “alcune settimane sono lunghe” ha affermato.

Netto il “no” dei paesi dell’Unione europea. Il Vecchio Continente è amico degli Stati Uniti ma per la soluzione delle crisi persegue la via diplomatica; e poi il Trattato della Nato, tante volte accusata da Trump di “sopravvivere solo perché sono gli Usa a pagare le spese”, è “di difesa” e non prevede interventi nel Golfo. Se necessario, l’Unione europea potrebbe forse modificare il mandato dell’ operazione già operativa nel Mar Rosso per proteggere dagli attacchi del movimento filo-iraniano degli Houti.

Potrebbe nascere insomma, in nome dell’ esigenza di non rompere in maniera irrimediabile l’amicizia e la solidarietà transatlantica, un nuovo tipo di rapporto basato sui reciproci interessi, o come li chiama Trump “reciproci favori” a fronte di specifici bisogni. La “fine di un’epoca”, per alcuni. Per i più, scambi di aiuto basati sugli interessi potrebbero essere positivi se trasformati nella nascita del “pilastro europeo” della Nato. Iniziative in questo senso sono state già prese, in particolare dal francese Macron. La più recente, pochi giorni fa, ha visto lavorare insieme Macron, il premier britannico Starmer, il cancelliere tedesco Merz e l’italiana Giorgia Meloni. Inciampi come quest’ultimo, si spera facciano scattare la giusta voglia di autonomia.

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