Guerra in Medio Oriente e lo scacchiere planetario di Trump

(Marzia Giglioli) 

In questa nuova guerra, oltre alle bombe ci sono le parole che si accavallano per far perdere le tracce dei ragionamenti possibili e delle previsioni. Arrivano come i droni.

Il presidente Trump ha sempre di più sulle spalle le conseguenze dell’attacco all’Iran e, prima fra tutte, in questo momento la chiusura dello Stretto di Hormuz. Ora ne deve condividere le soluzioni che non possono venire solo dalla Casa Bianca. Ora servono ‘alleati strumentali’. E guarda alla Nato. ‘Se non ci sarà alcuna risposta, o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro dell’Alleanza Atlantica’, ha detto il presidente statunitense in una intervista al Financial Times.

La questione è politica ma anche e naturalmente militare: sul suo social network, Truth, Trump dice che gli Stati Uniti hanno distrutto ‘il 100 per cento delle capacità militari iraniane’, ma allo stesso tempo ammette di avere bisogno delle flotte di altri paesi per mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz.

Trump guarda anche alla Cina, senza minacce, solo per diventare ‘tutti’ strumenti convergenti nell’obiettivo pragmatico di far tornare il traffico delle navi alla sua normalità, mentre la guerra non ha più una data di previsione per la sua fine.

È il tentativo di realizzare, su un campo tutto da arare, quella geopolitica pragmatica che è già evidente con lo sdoganamento del petrolio russo: ci combattiamo ma, se c’è un danno troppo esteso, collaboriamo anche tra nemici per non farci troppo male.

Una semplificazione paradossale, che va oltre la realpolitik, è qualcosa di diverso.

È la ‘guerra mondiale’ di Trump, dove si scelgono nemici o alleati a seconda di ….

Significa un equilibrismo pericolosissimo dove anche gli altri devono camminare su un filo con il rischio di cadere senza aver nessuna rete di protezione.

Comunque, camminare sullo stesso filo significa potersi fidare gli uni degli altri, anche solo per un’ipotesi temporale.

L’Europa sembra stavolta più decisa con Kallas che dichiara: ‘Lo stretto di Hormuz è fuori dal raggio d’azione della Nato’. L’Alta rappresentante Ue spiega e aggiunge : ‘Ecco perché abbiamo l’operazione Aspides. Per lo Stretto di Hormuz pensare a una iniziativa Onu come fatto nel Mar Nero sul grano’. E c’è anche il ‘no’ di Berlino e di Londra.

E torniamo alle parole di questa nuova guerra. Finora la geometria acuta era triangolare: gli Usa ruggiscono, Tel Aviv minaccia e Teheran risponde sugli stessi toni. L’ Europa ha parole ibride scegliendo i termini della preoccupazione, anche se nelle ultime ore giungono dei ‘no’ più marcati. Mosca e Pechino sono, in sostanza, di poche parole.

Ora è diverso. Bisognerà rispondere e le parole possono segnare il futuro della storia.

Intanto, per l’ Iran, Trump fa sapere: ‘Stiamo parlando con Teheran per un accordo, ma non sono pronti’. Ed è a rischio anche il vertice con Xi.

‘La Cina e gli Stati Uniti restano in contatto riguardo alla visita del presidente Trump in Cina’. E’ quanto dichiarato dal portavoce del ministero degli Affari Esteri cinese, Lin Jian, a proposito della prossima visita del presidente americano prevista per fine marzo. Trump ha affermato che il viaggio potrebbe essere ritardato rispetto a quanto previsto inizialmente. Il portavoce del ministero degli Esteri non ha invece voluto fare commenti sulle pressioni di Washington affinché Pechino contribuisca allo sblocco dello Stretto di Hormuz.

 

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