(Carlo Rebecchi)
Due settimane di bombardamenti israelo-americani ogni giorno più potenti, come ha affermato in giornata il segretario alla guerra, ma il regime iraniano ancora non crolla. Ha trovato una bandiera: il “non passeranno” intimato alle petroliere alle quali viene impedito di attraversare lo stretto di Hormuz piene di petrolio del Golfo, e addirittura contrattacca. Nella notte, un terzo missile iraniano, dopo i due dei giorni scorsi, è penetrato nel cielo della Turchia, abbattuto sulla Turchia centrale dagli aerei della Nato; e droni hanno colpito ancora una volta Dubai e basi americane del Golfo. La risposta della coalizione è stata durissima, probabilmente anche per mostrare al popolo iraniano tutta la forza e la potenza di fuoco degli Stati Uniti e di Israele: in quelle ore nelle città iraniane erano infatti in corso gigantesche manifestazioni per la giornata di Al-Quds. Filmati della tv iraniana hanno mostrato cartelli contro gli Stati Uniti e bandiere degli Usa e di Israele date alle fiamme.
I dirigenti iraniani “sono spaventati e si nascondono sottoterra come topi” aveva dichiarato ieri Trump, ribadendo la convinzione che “la guerra è praticamente finita” perché non ci sarebbero più bersagli da colpire. La verità di Trump non coincide però con quella degli osservatori più equilibrati e, addirittura, di addetti ai lavori statunitensi. Il tycoon è stato infatti smentito dalla sua stessa intelligence, che ritiene la leadership iraniana “ancora in gran parte intatta” e comunque “lontana dal crollare”, e ora ricompattata attorno alla nuova Guida Suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Che proprio nel nome del padre Alì Khamenei, ucciso nel primo bombardamento di questa guerra, ha deciso la chiusura dello stretto di Hormuz come arma di ricatto con il resto del mondo.
Stando ad un’esclusiva dell’ agenzia Reuters, una “moltitudine” di rapporti di intelligence ha stabilito che il regime non è in pericolo di collasso e “mantiene il controllo del popolo iraniano”. Gli 007 hanno anche messo in dubbio la capacità dei gruppi curdi iraniani di sostenere una battaglia contro i servizi di sicurezza iraniani non avendo né i numeri né la potenza di fuoco necessari. Sono queste informazioni, peraltro difficili da controllare, che frenerebbero in questo momento Trump dal prendere una decisione definitiva su se oppure come “chiudere” la guerra. L’ipotesi di un conflitto breve è infatti da escludere, così come anche la possibilità che una nuova maggioranza di governo iraniana accetti che Trump metta voce nella scelta dei futuri governanti. Lo dimostra il fatto che, con Mojtaba ferito e secondo alcuni addirittura in coma, la guida del paese è stata presa da Alì Larijani, l’ uomo forte sostenuto dai Guardiani della Rivoluzione, che in questo momento è di fatto chi comanda a Teheran.
Tra gli osservatori c’è unanimità nel ritenere che, stando così le cose, il “problema Iran” può essere risolto ormai soltanto con una vera e propria guerra terrestre, “boots on the field”. E sono pochi quelli pensano che questa guerra sul terreno possa essere portata a compimento dalle milizie curde, che pure fanno a gara – dai territori curdi del vicino Iraq – per sollecitare gli americani e gli israeliani a scatenare l’offensiva contro l’Iran. Sono soldati senza una preparazione specifica, che, anche se assistiti da consiglieri americani e israeliani, non sono in grado di imporsi sull’esercito iraniano “regolare” e, soprattutto, sui Guardiani della Rivoluzione. “I curdi possono collaborare con un esercito organizzato, non sostituirlo”, spiegano gli esperti militari. Ma perché Trump non utilizza l’esercito americano? Perchè, bisogna ricordare, è stato eletto alla Casa Bianca anche perché aveva promesso di non fare più alcuna guerra. E, se non mantenesse quell’impegno, una buona parte del popolo ”MAGA”, che in questo momento di crisi economica sta già facendo fronte ad un aumento del costo della vita molto forte – cominciare da quello del carburante, conseguenza diretta della guerra all’Iran – difficilmente glielo perdonerebbe. Un malcontento che, a pochi mesi dalle elezioni di mid-term, potrebbe essergli fatale.



