Medio Oriente, cronache strategiche dal dodicesimo giorno di guerra

(Carlo Rebecchi) 

Il dodicesimo giorno della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran – che Donald Trump definisce “ormai finita perché non c’è più niente da abbattere” mentre Netanyahu vorrebbe continuasse “per dare il colpo di grazia” al regime degli ayatollah – è stato probabilmente per Giorgia Meloni il più impegnativo da quando è a Palazzo Chigi. La mattina al Senato e il pomeriggio alla Camera, incurante degli attacchi dell’opposizione, ha illustrato la linea del governo su un conflitto scatenato “al di fuori delle regole e delle convenzioni internazionali” da un paese amico ed alleato, gli Stati Uniti, nel quale l’Italia “non è coinvolta e non vuole entrare”. Con l’intermezzo, nel pomeriggio, di una riunione dei capi di stato, Donald Trump in testa, e di governo del G7, convocati in teleconferenza per trovare un accordo su una risposta comune alla minaccia di una crisi economica mondiale provocata dal blocco delle vie del petrolio che l’Iran sta attuando nel Golfo persico.

La soluzione, hanno convenuto, è una soltanto: la fine della guerra all’Iran, però tutt’altro che scontata. Nonostante i proclami di vittoria di Trump, il quale ripete da giorni ad ogni intervistatore che l’Iran è “quasi distrutto”, il presidente non accenna a fermare i bombardamenti sulle città iraniane. Inspiegabile, ammettono analisti militari. A meno, forse, che il comandante in capo non pensi di trasformare l’annuncio della fine della guerra in uno spettacolo degno della superpotenza mondiale e del suo leader. Magari con l’entrata in scena a sorpresa di forze di terra, i marine, o con un’invasione terrestre ad opera della minoranza curda irachena, che odia l’Iran, che da giorni aspetta alla frontiera orientale dell’Iran il via libera per l’attacco. Sembra fantapolitica, ma con Trump che dice sarà pace tra due minuti e cinque minuti dopo precisa che il conflitto finirà tra due mesi, gli osservatori si aspettano di tutto.

Anche gli altri leader del G7, preoccupati per il futuro delle loro economie a causa del blocco dello stretto di Hormuz, non nascondono il nervosismo. Si è avuta quest’impressione quando, accogliendo nella teleconferenza Trump, Macron lo ha salutato dicendo con un grande sorriso “Donald, è proprio una chance averti qui per avere da te aggiornamenti sugli attuali raid e su quello che accade sul terreno”.

L’aggiornamento sull’andamento della guerra era il primo dei punti “fondamentali” inseriti nell’ordine del giorno da Macron. I Sette, ha informato in serata un comunicato, hanno respinto al mittente l’ offerta di Vladimir Putin di vendere ai paesi occidentali petrolio russo e di avviare “un coordinamento con l’obiettivo di prepararsi per ripristinare la libertà di navigazione nella regione”, lanciando un’iniziativa “per esplorare la possibilità di scorte alle navi quando ci saranno le condizioni di sicurezza”. Per il presidente francese occorre “essere pronti a tutelare la libertà di navigazione non solo nello stretto di Hormuz, dove tre navi hanno avuto la chiglia squarciata da mine sottomarine iraniane, ma anche nel mar Rosso e a Bab-el-Mandeb”. Quanto al “coordinamento economico”, i Sette si sono rallegrati per l’annuncio dell’Agenzia Iternazionale dell’Energia di “rilasciare fino a 400 milioni di barili di riserve strategiche, una quantità significativa che ha l’obiettivo di inviare un segnale chiaro ai mercati mondiali”.

Per Meloni, s’è detto, una giornata non facile. Il dibattito in parlamento è stato inizialmente abbastanza sereno. La premier ha riconosciuto che l’attacco militare all’Iran è avvenuto al di fuori delle regole, delle convenzioni e dei trattati internazionali, che l’Italia non è in guerra e che, qualora gli Stati Uniti dovessero chiedere il permesso di utilizzare le loro basi in Italia, “sarà il parlamento a decidere”. E ha anche rivolto “un appello sincero all’opposizione … perché questa fase impone di superare le divisioni … e io sono disponibile ad aprire un tavolo a palazzo Chigi”.

Nel tardo pomeriggio, alla Camera, guerra e politica estera sono state un pretesto per polemiche e attacchi – tra maggioranza e opposizione, ma anche all’interno dell’opposizione – soprattutto nella prospettiva del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. La partecipazione alla riunione del G7 ha confermato l’abilità con la quale Meloni, senza rinunciare alle proprie posizioni, riesce a muoversi tra amici – Trump in testa e Merz – e avversari “meno amici”. Tutto questo in compagnia dei volonterosi del gruppo E4, direzione Europa.

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