Caos per il caos / Chaos for chaos’ sake

(Marco Emanuele) 

Combattiamo guerre per ‘salvare’ ciò che è già finito. L’attacco a Gerusalemme è paradigma tragico della chiusura di un ciclo storico: siamo nel caos per il caos.

Ciascuno di noi ha la responsabilità di costruire l’oltre, re-istituendo l’unico spazio-tempo nell’accelerazione quantistica. Che sarà di noi ? Quale pianeta abiteremo ? Oggi siamo nelle nebbie di un caos non creativo, incomprensibile e ingovernabile: le pioggie acide, nere di petrolio e simbolo di un modello di sviluppo ormai superato, si spostano da Teheran in ogni parte del mondo, fino nella nostra profonda interiorità. Gerusalemme rappresenta il superamento del limite: non possiamo arrenderci all’inciviltà.

Inutile discutere quanto durerà questa guerra. Inutile cercare con insistenza visioni possibili: semplicemente non ci sono. Deficit imbarazzante di classi dirigenti. Su questo, lo ammettiamo, guardiamo al passato con nostalgia: quando l’arte di governo e la diplomazia erano cose serie, nobilissime, capaci di immaginare mondo, di operare nobili mediazioni, di politica.

Dal passato, non separando il tempo, siamo già immersi nei futuri. Fatichiamo ad accorgercene ma la rivoluzione tecnologica (medium strategico) apre continui orizzonti di senso e di significato. Coglierli è già costruzione della pace.

Il caos per il caos è passaggio storico doloroso ma la metamorfosi è in atto. Non siamo stati capaci, dopo la caduta del muro di Berlino e tranne alcune voci illuminate, di cogliere ciò che stava avvenendo. Oggi possiamo farlo, purtroppo circondati da macerie (visibili e invisibili), e non è più possibile aspettare.

Siamo in un passaggio di stato, vera e propria trasformazione. Hỳbris sembra prevalere ma dobbiamo schierare l’unica salvezza possibile: la complessità del pensiero.

(English Version) 

We fight wars to “save” what is already finished. The attack on Jerusalem is a tragic paradigm of the end of a historical cycle: we are in chaos for chaos’ sake.

Each of us has a responsibility to build the beyond, re-establishing the only space-time in quantum acceleration. What will become of us? What planet will we inhabit? Today we are in the fog of a non-creative, incomprehensible and ungovernable chaos: acid rain, black of oil and symbolising an outdated model of development, is moving from Tehran to every part of the world, right into our deepest inner selves. Jerusalem represents the overcoming of limits: we cannot surrender to barbarism.

It is pointless to discuss how long this war will last. It is pointless to search insistently for possible visions: there simply are none. An embarrassing deficit of ruling classes. On this, we admit, we look back on the past with nostalgia: when the art of government and diplomacy were serious, noble pursuits, capable of imagining the world, of noble mediation, of politics.

From the past, without separating time, we are already immersed in the futures. We struggle to notice it, but the technological revolution (a strategic medium) opens up continuous horizons of meaning and significance. Grasping them is already a construction of peace.

Chaos for chaos’ sake is a painful historical transition, but the metamorphosis is underway. After the fall of the Berlin Wall, with the exception of a few enlightened voices, we were unable to grasp what was happening. Today we can do so, unfortunately surrounded by rubble (visible and invisible), and it is no longer possible to wait.

We are in a transition of state, real transformation. Hỳbris seems to prevail, but we must deploy the only possible salvation: the complexity of thought.

Latest articles

Related articles