Medio Oriente, undicesimo giorno di guerra

(Carlo Rebecchi) 

All’undicesimo giorno di guerra, Donald Trump assicura che il conflitto con l’Iran “è praticamente finito”, “stiamo schiacciando il nemico”, e ci scherza sopra: “abbiamo anche lasciato qualche bersaglio per il futuro, in caso servisse”. “L’Iran non ha paura delle vostre minacce vuote. Fate piuttosto attenzione ad essere eliminati voi” la replica, su “X”, del capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani.

La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, finora non ha fatto alcuna dichiarazione. Il suo primo discorso, annunciato per lunedì, non c’è stato. Si sa che è rimasto ferito nel bombardamento in cui sono rimasti uccisi il padre Alì – al quale è succeduto nella più alta carica dell’Iran – la madre, la moglie, il figlio, due nipoti, una sorella e un genero; ma nessuno conosce in che condizioni sia.

Il presidente degli Stati Uniti ha confermato a Fox News la sua “insoddisfazione” per l’elezione di Khamenei: “Non credo – ha detto – che potrà vivere in pace”. Più diretto il premier israeliano Netanyahu: “Lo uccideremo” e “Israele sta spezzando le ossa al potere iraniano ma non abbiamo ancora finito”. Nelle medesime ore il viceministro degli esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, affermava che Teheran ha rifiutato le richieste di cessate il fuoco provenienti da paesi come la Cina, la Francia e la Russia. E precisava “Decideremo noi quando finire la guerra”. E’ evidente che Trump sperava nell’elezione a Guida Suprema di una personalità “riformista”, di qualcuno cioè che rappresentasse un cambiamento rispetto al passato recente sia per quanto riguarda la politica estera sia per quella interna, segnata dal massacro di decine di migliaia di manifestanti che scesi in piazza non soltanto per motivi politici ma anche per le conseguenze della crisi economica che affligge il paese.

La guerra pesa su Washington come su Teheran. Il risalto dato dal regime alla notizia delle telefonate di Xi, Macron e Putin e il fatto che abbia sottolineato che hanno parlato di una possibile tregua sembra esprimere un’identica aspirazione alla fine della guerra. Per le distruzioni e il numero di morti – secondo la BBC i civili uccisi sarebbero già più di 1300 – e per le conseguenze del blocco delle vie del petrolio, ma anche per il costo della guerra. Secondo i calcoli del Center of strategic & international Studies americano, nelle sole prime cento ore del conflitto gli Stati Uniti hanno bruciato 3,7 miliardi di dollari, 891 milioni di dollari al giorno. Parte di queste spese sono già nel bilancio dell’ Amministrazione USA, ma altre dovranno dovranno esservi inserite ora. Se poi il costo della guerra dovesse salire ulteriormente – basti pensare che sta per arrivare nel Golfo una terzo portaerei americana, la USS Bush – per Trump, che aveva promesso un anno fa “mai una nuova guerra”, la scadenza delle elezioni di mid-term potrebbe diventare in autunno un ostacolo difficile da superare.

Per diversi osservatori, l’elezione a Guida Suprema di Mojtaba Khamenei, il candidato dell’ala più dura del regime, quella dei Guardiani della Rivoluzione, è un ostacolo a un “regime change” grazie al quale, ritornata la pace, Stati Uniti e Iran potrebbero stabilire un dialogo capace di far convivere l’Iran  con Israele. Per ottenere questo risultato, che sarebbe un indubbio successo per Trump, andrebbe però eliminato l’ostacolo Mojtaba: e visto che al momento non si ha notizia di crepe nella corazza del regime iraniano, la soluzione – in assenza di una rivoluzione democratica del popolo iraniano – appare soltanto una: l’eliminazione della Guida Suprema. Un obiettivo condiviso anche dall’alleato israeliano degli Stati Uniti, che nessuno sa se e quando potrebbe essere raggiunto; ed intanto l’esercito più forte del mondo continua a bombardare l’Iran, fino ad oggi con nove morti e costi altissimi, in attesa del “torniamo a casa”. Il ministro della guerra, nella sua conferenza stampa di oggi, ha confermato quanto detto da Trump, e cioè che “la guerra sta per finire” e che “sarebbe saggio che Mojtaba Khamenei” accettasse di “non avere l’arma nucleare”. Lo stesso Trump non vuole però soltanto la vittoria, vuole anche che l’Iran non sia più in grado di ricominciare a costruire l’arma nucleare.

“Non vogliamo dover ritornare qui tra una decina d’anni” ha affermato più volte. Un bilancio del genere non potrebbe però essere presentato da Trump come una vittoria epocale, storica. E c’è quindi chi ritiene che il tycoon stia pensando a un “coup d’éclat” spettacolare, magari un’operazione dei Delta Force nel sito nucleare di Ispahan per impadronirsi dei 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento dai quali, se la guerra finisse oggi, Teheran potrebbe ricominciare a costruire la bomba. In attesa che Trump decida, notano gli osservatori, il premier Netanyahu non perde tempo per “fare pulizia” attorno ad Israele. Sfrutta l’allungamento della guerra per eliminare completamente gli Hezbollah dal Libano e, nello stesso tempo, per attuare di fatto l’annessione, in nome di un’emergenza che diventerebbe poi una realtà duratura, della Cisgiordania.

 

Latest articles

Related articles