Medio Oriente, ottavo giorno di guerra. Sullo sfondo, la nomina della nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica

(Carlo Rebecchi) 

Da una parte Donald Trump esige dall’Iran una “resa senza condizioni”, dall’altra il presidente Masoud Pedeshkian replica che gli iraniani “non si arrenderanno mai”. Che alla fine la guerra degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran la vinca The Donald è scontato, vista la diversa potenza di fuoco degli eserciti dei due contendenti. Ma per gli osservatori quel giorno è ancora lontano, siamo ancora agli scontri tattici, ai bluff che servono a preparare lo scontro finale. E la sorpresa, probabilmente anche per Trump, è che lanciando il suo ultimatum a Pedeshkian ha forse interlocutore. La risposta, sottolineano, la può dare infatti soltanto un altro interlocutore: il conclave che deve eleggere la nuova Guida Suprema che succederà ad Alì Khamenei.

Il primo marzo, ventiquattro ore dopo l’uccisione di Khamenei in uno dei primi bombardamenti di questa guerra, le autorità iraniane avevano annunciato che il successore sarebbe stato eletto “tra ventiquattro / quarantotto ore”. E’ passata una settimana e del nuovo leader, che sarebbe il terzo dopo Khomeini e Khamenei, e gli 88 ayatollah riusciti in conclave non hanno ancora fatto la loro scelta. C’ è sicuramente del ritardo dovuto alla guerra e ai bombardamenti che martellano notte dopo notte l’Iran, le grandi città, come Teheran, Rom, Isphahan, Tabriz, fino ai centri più piccoli.

Ma è vero che c’è anche uno scontro serrato nel conclave che deve eleggere il capo politico e religioso dell’ Iran con il quale dovrà confrontarsi Trump. E’ quello tra gli ayatollah che hanno fondato l’attuale repubblica 47 anni fa, al rientro di Khomeini dall’ esilio in Francia, e gli ayatollah più giovani, che sono profondamente diversi da chi ha conosciuto Khomeini. Una “seconda generazione che partecipa all’elezione della Grande Guida” portando richieste ed esigenze nuove. E, in qualche caso, è delusa dalle chiusure degli anziani che hanno messo fine a ogni tentativo riformista anche con forme di repressione senza precedenti, come è avvenuto poco più di un mese fa quando sarebbero stati uccise fino a 40mila persone.

E’ noto che in Iran il potere economico è nelle mani degli elementi più conservatori, i Guardiani della Rivoluzione, che si sono avvalsi del loro potere per impadronirsi di fabbriche e aziende civili e militari in ogni settore dell’economia. Arricchendosi anche personalmente. Secondo Bloomberg, a titolo di esempio, il candidato a Grande Guida dei Guardiani della Rivoluzione, Mojtaba, figlio di Alì Khamenei, avrebbe all’estero, dagli Stati Uniti alla Svizzera, beni di ogni genere del valore di oltre 100 milioni di sterline. A vedere queste cifre verrebbe da dire che sembra fatto apposta per intendersi con il miliardario Trump.

Tra i candidati a Grande Guida c’è anche, con l’etichetta di riformista, l’uomo che ha rispedito al mittente l’ intimazione alla resa senza condizioni dell’Iran: il presidente Pedeshkian, che anche oggi ha rilanciato la richiesta di una “soluzione diplomatica” del conflitto. Lo stesso Pedeshkian ha “chiesto scusa” ai paesi del Golfo garantendo che l’Iran non li colpirà più con missili e droni come ha fatto in questi giorni a meno che non siano loro ad attaccare.

Il “passo indietro” del presidente iraniano è interpretato in diverse maniera dagli osservatori. Secondo la maggior parte di loro, l’ Iran avrebbe accettato gli inviti alla prudenza su pressione della Cina e della Russia, principali acquirenti del petrolio iraniano. Riaprire lo stretto di Hormuz e consentire che il greggio circoli liberamente, le due decisioni prese oggi da Teheran, è del resto di interesse vitale per tutti e tre i paesi, oltre che all’insieme dei Paesi arabi del Golfo.

Ieri il presidente iraniano ha avuto una conversazione telefonica con Vladimir Putin che, secondo il Washington post, avrebbe messo a disposizione dell’Iran informazioni raccolte dall’ intelligence russa sugli spostamenti delle truppe americane con satelliti spia.

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