(Maria Eva Pedrerol)
La Spagna di Pedro Sánchez non cambia idea sul “no alla guerra”. Ma bisogna chiedersi qual è la forza che ha spinto il primo ministro a mostrare i muscoli nei confronti della superpotenza USA. In politica, come nella vita, nulla succede per caso e senza una ragione. Prima di pronunciarsi, Sánchez si è rinchiuso due giorni nel suo ufficio nel Palazzo della Moncloa, sede del Governo spagnolo, per valutare la situazione e quale risposta dare alle richieste di Washington di poter usare le due basi americane in Andalusia (sud) per attaccare l’Iran. Sono state per Sánchez due giornate frenetiche di contatti, sia nazionali che internazionali, che l’hanno infine portato a dire il suo “no”. E da allora è stato un susseguirsi di botta e risposta tra Washington e Madrid. L”ira di Trump è stata immediata: vi toglieremo i commerci. E, probabilmente, la Casa Bianca si attendeva un ripensamento, tanto che ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva affermato che la “Spagna aveva ascoltato il messaggio del presidente” e “durante le ultime ore aveva deciso di cooperare con le forze militari degli Stati Uniti” nella sua guerra contro l’Iran. Secca e rapida la risposta di Madrid. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha smentito “categoricamente” queste parole, sottolineando – durante una intervista con la Cadena Ser – come “la posizione del Governo della Spagna sulla guerra in Medio Oriente, i bombardamenti in Iran e l’uso delle basi non è cambiato di una virgola”.
Sul panorama internazionale quella di Sanchez è sicuramente una voce fuori dal coro. Ma Madrid sembra giocare anche una partita politica fuori dagli schemi di Bruxelles con un nuovo approccio europeista e progressista nella stessa UE. Quella del premier spagnolo è una posizione in cerca di nuovi equilibri, mantenendo i giusti legami. Nel suo discorso alla nazione ha detto: “Voglio esprimere la solidarietà del popolo spagnolo ai Paesi attaccati illegalmente dal regime iraniano”. Ma ha anche sottolineato: “Nessuno sa con certezza cosa accadrà ora. Persino gli obiettivi di coloro che hanno lanciato il primo attacco non sono chiari”. E ha ribadito che “non si debba dare per scontato che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso conflitti e bombe”. La posizione del Governo spagnolo – ha detto Sanchez – si riassume in poche parole: “no alla guerra” e ha ricordato le disastrose conseguenze di quella all’Iraq.
La Spagna “è contraria a questo disastro”, considerando “inaccettabile che leader incapaci sfruttino la guerra per nascondere il loro fallimento, riempendo le tasche di pochi”. Per Sánchez sono quei pochi che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”. Un discorso, quello del capo del Governo di Madrid, che per molti osservatori è molto vicino a quello pronunciato un mese fa dal premier canadese Mark Carney a Davos. Nei suoi interventi, Sánchez ha piu volte sottolineato che “la Spagna è un Paese membro chiave della NATO”. E, come a ribadire tale impegno, oggi il ministero della Difesa ha annunciato che Madrid invierà una fregata a Cipro, in accompagnamento ad altre navi militare europee per proteggere l’isola e rafforzare la sua difesa aerea dopo l’attacco di un drone iraniano. A scanso di equivoci, la ministra della Difesa, Margarita Robles, ha voluto chiarire – nelle sue dichiarazioni alla Cadena Ser – le differenze fra “missioni di attacco e missioni di difesa”. La posizione della Spagna rispetto alle iniziative belliche USA quindi è ferma e decisa: sì alla difesa degli alleati, no agli attacchi unilaterali contro terzi.



