Attacco all’Iran, terzo giorno

(Carlo Rebecchi)

Il terzo giorno, l’operazione “Ruggito nel deserto” contro l’Iran, che doveva
durare pochi giorni, ha cambiato pelle. Da un’ottantina di ore, aerei e missili
di Israele e degli Stati Uniti bombardano ad ondate le città iraniane, l’Iran
risponde con missili e droni diretti sia contro Israele sia contro tutti gli altri
paesi del Golfo dove c’è una presenza americana, basi o rappresentanze
diplomatiche. E’ guerra senza confini e lo stesso presidente Donald Trump,
dalla Florida, ha affermato che i combattimenti potrebbero durare “anche
quattro settimane”. Oggi c’è stato il quarto morto tra i soldati americani: il
pilota di un F15 di cui ha rivendicato l’ abbattimento l’Iran. Altri tre F15 sono
andati distrutti colpiti da “fuoco amico” nel Kuwait: i piloti si sono salvati col
paracadute.

Secondo la Mezzaluna Rossa, i morti civili sarebbero già più di 550.

Teheran, intanto, nelle prossime ore dovrebbe annunciare il nuovo leader che
succederà alla Guida Suprema Alì Khamenei, ucciso sabato in uno dei primi
bombardamenti. In ogni caso una certezza c’è già: chiunque sia la nuova
Guida “non negozieremo con gli Stati Uniti”, ha anticipato il segretario del
Supremo consiglio della sicurezza nazionale Alì Larijani. Un duro, Larijani,
che era stato scelto da Khamenei durante la guerra “dei dodici giorni”, la
scorsa estate, per guidare l’Iran contro gli Stati Uniti se necessario anche
“superando tutte le linee rosse”.

L’ impressione degli osservatori, sulla base anche di quanto sostenuto
dagli esperti militari, è che i ripetuti attacchi israelo-americani di questi primi
tre giorni non avrebbero ottenuto uno dei principali risultati ricercati, che era
di mettere in difficoltà il sistema di difesa iraniano, che si sapeva essere
molto decentrato, aprendo poi la strada per Teheran. Le prime valutazioni,
peraltro ancora abbastanza imprecise e comunque non note, mostrerebbero
che l’offensiva non è riuscita a scardinare come sperato i collegamenti dei
centri di difesa delle diverse regioni del paese con il comando centrale.

Dall’Iran sono potuti così essere lanciati missili e droni contro i paesi del
Golfo “amici” degli Stati Uniti secondo una strategia pre-programmata,
quando necessario anche senza attendere gli ordini dal centro di comando
principale.

Il prolungamento dell’ operazione militare fino a “quattro settimane”
può avere più spiegazioni. O è stato programmato così fin dall’inizio, e allora
non erano vere le informazioni ufficiali che indicavano una durata di qualche
giorno. O è dovuto all’incapacità degli attaccanti di scardinare le difesa
iraniane, e questo confermerebbe che avevano ragione i militari del ministero
della guerra USA quando, nelle scorse settimane, consigliavano a Trump la
massima prudenza, perché qualora si prolungasse la guerra sarebbe difficile
da vincere. Ipotesi, la seconda, rafforzata anche dal fatto che, come si è
visto nei conflitti con l’Iraq di Saddam Hussein e nella Siria di Hafez el Assad,
il sistema politico-militare iraniano “è costruito per resistere all’uccisione dei
suoi leader”, non è cioè basato su una singola persona ma ha una base
collegiale.

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