Iran, escalation è l’unica via

(Marzia Giglioli) 

Escalation è la parola di queste ore. E che si tratti di una guerra lampo sembra sempre più improbabile. Gli attacchi sull’Iran hanno una portata mai vista e la risposta di Teheran lo è altrettanto. La morte di Khamenei non significa l’inizio di un nuovo corso ma apre a scenari che sono tutti da decifrare. Compresa l’ipotesi di un ruolo più forte del potere militare che potrebbe rivelarsi ancora più autoritario.

Trump continua a sollecitare gli iraniani ‘a riprendersi il Paese’, lasciando a loro l’azione trasformatrice che agisca dall’interno, mentre i missili preparano la strada ad un cambio di regime.

Quanto ci vorrà? Non è data prevedibile.

Intanto, l’attacco al Consolato USA in Pakistan da parte di manifestanti filo-iraniani potrebbe prefigurare un possibile allargamento del conflitto, che è quello che si teme.
E si guarda al Libano, altro fronte incandescente: proprio ieri l’esercito israeliano ha comunicato che sono state bombardare alcune basi di Hezbollah nel sud del Paese.

I proxy di Teheran, per ora, sono prudenti. ‘Quell’intreccio di milizie armate sparse dal Libano allo Yemen, noto come Asse della Resistenza – scrive Huffington Post -, rappresentano il perno della dottrina iraniana di difesa asimmetrica ed è messo alla prova dall’attacco congiunto USA-Israele. Costruiti negli ultimi decenni con finanziamenti opachi, armi sofisticate e addestramento fornito dai Guardiani della Rivoluzione Islamica, questi gruppi hanno permesso all’Iran di proiettare potenza regionale senza esporsi direttamente’.

L’incognita è ora quali potrebbero essere le reazioni.

A livello internazionale i Paesi altri, e tra questi quelli europei, hanno l”imbarazzo su come posizionarsi a fronte di ciò che a tutti gli effetti è un attacco da parte di USA e Israele, anche se il presidente americano ne ha spiegato la ragione preventiva che ha portato a intervenire per proteggere gli americani da possibili attacchi da parte di Teheran e dal rischio nucleare di un Paese che ha sempre minacciato l’America.

Cina e Russia invocano un cessate il fuoco e chiedono l’intervento delle Nazioni Unite ma sembrano per ora non volersi impegnare con azioni incisive a livello diplomatico. Anche perché Mosca è impegnata nel tentativo di trovare un accordo con Washington per l’Ucraina e ieri ha fatto sapere di accettare le garanzie USA ma che uscirebbe dal negoziato se Zelensky non rinuncia definitivamente al Donbass.

Quello che si può vedere in Iran, oltre a quanto spiegato dal presidente Trump nel suo discorso di ieri, è anche la realizzazione di un piano che vede protagonista Israele che sembra aver programmato una guerra chirurgica contro ogni suo nemico dell’area: decisione nata probabilmente subito dopo il 7 ottobre con l’attacco di Hamas.

Era questo il momento per un attacco? Le ragioni sulla tempistica rimangono oscure, mentre chiari sono gli obiettivi e li ha spiegati Trump. Israele ringrazia gli USA per un cambio storico nell’area. Visto da Occidente, il regime degli ayatollah non era certo condivisibile e il pugno di ferro contro i manifestanti e le migliaia di morti tra i dissidenti era ed è inaccettabile.

Ora l’incognita immediata sta nella reazione popolare degli iraniani, quella invocata da Trump che misurerà quanto e quale potrà essere il cambiamento. Ma, per il momento, parlano solo i missili e i droni

L’escalation è destinata ad aumentare, non c’è nessuna alternativa.

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